Contributo di Marco Berni per il libro “Fallendo si impara” di Laura De Benedetto

Codesign Toscana è un’associazione culturale e un collettivo interdisciplinare di riferimento per facilitare la transizione dalla partecipazione alla co-progettazione* di cose. Ci occupiamo dal 2017 di innovazione socio-culturale per mezzo di approcci collaborativi e strumenti di design relazionale. Siamo specializzati nell’applicazione dell’approccio design thinking attraverso strumenti mutuati dal service design, dalle scienze sociali, umanistiche e manageriali per progettare in risposta a sfide complesse. Ci accomuna il desiderio di mantenere vivo di fronte a noi un orizzonte progettuale, ovvero la capacità di essere attivamente coinvolti nell’ideazione di soluzioni creative alle sfide della contemporaneità. In questo contesto operiamo in forma collaborativa, perché sono l’apertura e la coralità a generare le nostre risposte. La nostra modalità di lavoro si basa sul costante dialogo e sullo scambio relazionale: crediamo in una forma di crescita collettiva che si sviluppa attraverso l’esplorazione e la sperimentazione.

Quando nel 2018 abbiamo proposto il workshop #CoDesigntheFailure nella cornice di Impact Hub Firenze, i partecipanti coinvolti hanno preso parte ad un processo di co-design impiegando strumenti del systemic design e un approccio design thinking con lo scopo di immaginare scenari futuri e dinamici, e di intervenire in maniera snella e creativa all’emergenza, allo squilibrio, al cambiamento.

In questo breve scritto presentiamo il co-design come metodologia per affrontare il dissesto e la perdita di equilibrio intendendo proprio la condizione di instabilità come interpretazione del concetto di ‘fallimento’. A partire da una combinazione di metafore che legano il concetto di fallimento con la perdita di orizzonti progettuali, proponiamo la metodologia del design collaborativo come un insieme di strumenti multidisciplinari e approcci per organizzare la nostra autonomia progettuale con la ricerca, il riconoscimento e lo sfruttamento di strategie mutualistiche date dai vettori di forze esterne intorno a noi.

Equilibrio e fallimento: orizzonti progettuali e continuo mutamento

Cosa significa perdere l’equilibrio? Come possiamo accettare la caduta poiché consapevoli che l’iterazione progettuale, il mutamento continuo e creativo, è parte della nostra esistenza? Questa è la domanda attorno alla quale abbiamo lavorato quando Laura De Benedetto ci ha chiesto di portare al format Fuckup Nights una riflessione e una sessione di progettazione collaborativa sul tema del design thinking collaborativo come risposta ai fallimenti.

Poter vedere un orizzonte di possibilità progettuali è motivo di sicurezza e senso di agentività. L’orizzonte delle possibilità progettuali è l’insieme dei traguardi davanti a noi, delle forme socio-tecniche possibili che ci rendono ‘responsabili’ in quanto capaci di rispondere ad una o più sfide. Se stiamo in equilibrio, quindi, è perché l’orizzonte delle progettazioni possibili è visibile, e chiunque non sia interdetto può affrontare la strada camminando, pensando, immaginando il possibile. Tale strada, infatti, possiamo immaginarla come un puzzle multidimensionale e mai statico; è composta da elementi interconnessi, che insieme compongono una forma malleabile e una materia dinamica. Potremmo dire altresì che la strada altro non è che la vita stessa, che si compone di esperienze continue in cui si alternano momenti di chiarezza, pensieri evanescenti, incontri ed episodi cruciali. Allo stesso modo, è una strada di opache visioni che si sgretola e si disfa a causa di frustrazioni, cadute e perdite. I ‘fallimenti’, dunque, ne sono parte integrante.

Introduciamo quindi il concetto di fallimento, proponendo un’analisi alternativa alla sua interpretazione dominante che lo presenta come un elemento inesorabilmente negativo legato ad un’interpretazione agonistica e performativa dell’esistenza. Questo tipo di prospettiva non si confà al pensiero progettuale di stampo relazionale ed ai principi dell’economia civile — reciprocità, virtù e beni relazionali- a cui noi di Codesign Toscana ci ispiriamo. Il concetto di fallimento a cui ci riferiamo è quello che contiene in sé le cause e le conseguenze di una perdita di equilibrio, gli elementi della nostra esistenza, cioè una condizione che bisogna esser pronti ad accogliere e conoscere con il fine ultimo di poter reagire ad essa e da essa imparare.

Co-design e design thinking: mutuo soccorso e progettazione sistemica

Il co-design, nella pratica di Codesign Toscana, è l’insieme dei metodi, degli strumenti e delle relazioni che abilitano l’individuazione e la gestione collaborativa di orizzonti progettuali, cioè progettazioni possibili, immaginandone i potenziali, le interazioni e gli impatti futuri.

Attraverso momenti laboratoriali (workshop, percorsi di co-design e ricerca-azione) si sviluppano insieme a chi partecipa una serie di ‘concept’, ovvero gli elementi primordiali della forma di un progetto, indissolubilmente legati al riconoscimento della fluidità dell’ambiente in cui sono nati e alla necessità di cura per il loro sviluppo, di “attenzione e ascolto delle cose nel tempo, della premura nella loro manutenzione.”

Proprio questa attività di cura dei concept emergenti dalle attività di co-design acquisisce forma grazie ad approcci e strumenti multidisciplinari per affrontare, in maniera partecipata e coinvolgente, sfide progettuali e tematiche complesse d’innovazione. Come Codesign Toscana utilizziamo l’approccio design thinking per portare alla luce:

  • bisogni delle persone e fattori chiave per cui si progetta, attraverso strumenti di ricerca socio-culturale, che permettono di creare un contesto di partenza ricco di intuizioni e di analisi empatica;
  • proposte progettuali e strategie di implementazione con ottica sistemica, attraverso strumenti del systemic design, per considerare l’insieme delle interazioni e delle esperienze che compongono gli scenari sviluppati.
  • competenze e risorse necessarie, attraverso strumenti mutuati dal management dell’innovazione, per definire soluzioni fattibili e sostenibili.

Dunque, quello che ci interessa nella nostra pratica professionale è far fronte all’emergenza, intesa come conseguenza di una situazione di instabilità, e trasformarla in opportunità per una progettazione collaborativa. Riprendiamo quindi il concetto di perdita di equilibrio, leghiamolo a quello di fallimento e proviamo a interpretarlo con gli occhi del/la co-designer.

In seguito ad un fallimento — che sia esso personale o di gruppo, professionale o sentimentale, verificatosi ad un livello micro o macro di un sistema (pensiamo per esempio allo stato di pandemia in cui purtroppo ci troviamo) — il risultato è lo stesso: abbiamo perso il controllo e l’imprevisto ha fatto emergere nuovi bisogni, un senso di insicurezza ci accompagna e le nostre riflessioni personali sembrano non portare a niente. Il co-design è una risposta resiliente e trasformativa che permette di interiorizzare il fallimento, ma soprattutto di reagire ad esso recuperando una prospettiva costruttiva e aperta canalizzata nella progettazione.

Attraverso il design collaborativo creiamo un ponte tra la capacità di ricercare, intuire, immaginare e definire nuove strategie per nuove cose con la necessità di farlo attraverso gli aspetti relazionali e le interdipendenze tra individui. La collaborazione qui è intesa come uno scambio mutualistico “in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme […] collaborano per realizzare ciò che non riuscirebbero a fare da soli”. In questo senso, il co-design prende spunto dal concetto di intelligenza collettiva nella botanica, dove l’insieme interdipendente dei reticoli sotterranei formati dalle radici degli alberi, da funghi e batteri di una foresta compongono “un super organismo nato dall’interazione fra gli alberi che ne fanno parte”.

Il co-design abilita la consapevolezza di vivere in un mondo interconnesso e interamente progettato, nel quale ognuno di noi può scegliere di essere parte attiva di un cambiamento. Il co-design insegna attraverso la sua pratica la facoltà di adattarsi in seguito al dissesto con le abilità del bricoleur, cioè di imparare e plasmarsi “all’ambiente socio-tecnico di cui dispone […] con i residui di costruzioni o di distruzioni precedenti” (Lévi-Strauss,1962). Ciò che proponiamo, in sintesi, è la ricerca di una nuova stabilità e di orizzonti progettuali possibili attraverso gli altri e con gli altri, facilitati dalla mediazione di progettisti esperti e da strumenti inclusivi e usabili, acquisendo il mindset tipico del designer.

Conclusioni

Il design è stato riconosciuto come la disciplina che ha descritto per quasi un secolo il prodotto concepito per la produzione industriale e la replicabilità sul mercato. In questo scritto, si invoca una transizione alla democratizzazione delle fasi che caratterizzano il processo creativo e collaborativo che sta dietro all’idea di buon progetto. In effetti, è l’essenziale dimensione sociale del design ad essere ricercata, quella cioè legata all’importanza della conversazione, del confronto prima della produzione, della spinta verso l’auto-progettazione e la co-costruzione, verso un modello circolare dell’economia, verso la creazione di comunità che curano beni comuni, verso l’interazione con tutti i livelli della società civile prima di dar forma nuova per il mercato.

Come Codesign Toscana abbiamo applicato gli strumenti e l’approccio del design collaborativo per parlare di fallimento, come nelle Fuckup Nights, contestualizzandolo in una prospettiva più ampia, che lo inquadra come ‘uno dei fallimenti’ ai quali siamo chiamati a rispondere, come esseri viventi parte di un mondo complesso, in maniera resiliente, creativa e collaborativa. Allo stesso modo, abbiamo utilizzato il co-design per coinvolgere, ispirare e rispondere a sfide lanciate nelle politiche urbanistiche e da progetti di ricerca-azione europei — con Start Park per Designscapes e nel Junglathon per Prato Urban Jungle- alla trasformazione aziendale -per ESTRA spa e per Rifò srl-. Abbiamo progettato disegnato percorsi di co-design per istituzioni culturali e rassegne di arte contemporanea -dall’Ecomuseo del Casentino alla Scuola Popolare Villa Romana — e organizzato iniziative autoprodotte e glocal– nelle Global Service Jam o nelle Local Jam-. Infine, abbiamo portato il co-design nelle scuole — presso la Scuola Desiderio da Dicomano ed alla fiera Didacta 2019- dove il co-design diventa il volano per affrontare il cambiamento nella didattica e promuovere l’apprendimento cooperativo.

Il co-design può rappresentare una metodologia ibrida, una filosofia e una pratica progettuale efficace per rispondere alla perdita di orizzonti progettuali: la progettazione collaborativa è in grado di abilitare un mutuo scambio di nutrienti a noi indispensabili come l’immaginazione e la relazione. Diffondiamo il co-design per progredire come complesso, per innescare processi di distruzione creatrice collaborativa e condivisa, per fare esperienze interattive in uno spazio operativo che intreccia fasi di apprendimento e creazione di schemi al fine di interpretare positivamente il cambiamento.

——————————————-

* da ora in poi userò i termini co-progettazione/co-design/design collaborativo/progettazione collaborativa come sinonimi.

Riferimenti bibliografici presenti nel testo

Bjögvinsson, E., Ehn, P., & Hillgren, P. A. (2012). Design things and design thinking: Contemporary participatory design challenges. Design Issues, 28(3), 101–116.

Buchanan, R. (1992). Wicked problems in design thinking. Design issues, 8(2), 5–21.

Manzini, E. (2018). Politiche del quotidiano: progetti di vita che cambiano il mondo. Edizioni di Comunità.

Bertalanffy, L. v. (1968). General System Theory: Foundations, Development, Applications, New York: George Braziller.

Bandura, A. (1989). Human agency in social cognitive theory. American Psychologist, 44(9), 1175–1184

L. Bruni, S.Zamagni, Economia Civile, Il Mulino, 2004

https://www.che-fare.com/ezio-manzini-innovazione-sociale-trasformativa/

Sennet, R. 2012.Together. London: Penguin Books.

Mancuso, S. (2020). La pianta del mondo. Editori Laterza.

Lévi-Strauss, C. (1962). La Pens ́ee Sauvage Librairie Plon, Paris

Manzini, E. (2015). Design, When Everybody Designs: An Introduction to Design for Social Innovation. MIT Press Ltd

Norman, D. A. (1990). The design of everyday things. New York: Doubleday.

Manzini, E. (2015). Design, When Everybody Designs: An Introduction to Design for Social Innovation. MIT Press Ltd , Mari, E. (2002) Autoprogettazione?, Corraini edizioni

Schumpeter, J. 1947. The Creative Response in Economic History, The Journal of Economic History.

Dewey J. (1925). Esperienza, natura e arte. Mimesis edizioni

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Contributo di Marco Berni per il libro “Fallendo si impara” di Laura De Benedetto

Codesign Toscana è un’associazione culturale e un collettivo interdisciplinare di riferimento per facilitare la transizione dalla partecipazione alla co-progettazione* di cose. Ci occupiamo dal 2017 di innovazione socio-culturale per mezzo di approcci collaborativi e strumenti di design relazionale. Siamo specializzati nell’applicazione dell’approccio design thinking attraverso strumenti mutuati dal service design, dalle scienze sociali, umanistiche e manageriali per progettare in risposta a sfide complesse. Ci accomuna il desiderio di mantenere vivo di fronte a noi un orizzonte progettuale, ovvero la capacità di essere attivamente coinvolti nell’ideazione di soluzioni creative alle sfide della contemporaneità. In questo contesto operiamo in forma collaborativa, perché sono l’apertura e la coralità a generare le nostre risposte. La nostra modalità di lavoro si basa sul costante dialogo e sullo scambio relazionale: crediamo in una forma di crescita collettiva che si sviluppa attraverso l’esplorazione e la sperimentazione.

Quando nel 2018 abbiamo proposto il workshop #CoDesigntheFailure nella cornice di Impact Hub Firenze, i partecipanti coinvolti hanno preso parte ad un processo di co-design impiegando strumenti del systemic design e un approccio design thinking con lo scopo di immaginare scenari futuri e dinamici, e di intervenire in maniera snella e creativa all’emergenza, allo squilibrio, al cambiamento.

In questo breve scritto presentiamo il co-design come metodologia per affrontare il dissesto e la perdita di equilibrio intendendo proprio la condizione di instabilità come interpretazione del concetto di ‘fallimento’. A partire da una combinazione di metafore che legano il concetto di fallimento con la perdita di orizzonti progettuali, proponiamo la metodologia del design collaborativo come un insieme di strumenti multidisciplinari e approcci per organizzare la nostra autonomia progettuale con la ricerca, il riconoscimento e lo sfruttamento di strategie mutualistiche date dai vettori di forze esterne intorno a noi.

Equilibrio e fallimento: orizzonti progettuali e continuo mutamento

Cosa significa perdere l’equilibrio? Come possiamo accettare la caduta poiché consapevoli che l’iterazione progettuale, il mutamento continuo e creativo, è parte della nostra esistenza? Questa è la domanda attorno alla quale abbiamo lavorato quando Laura De Benedetto ci ha chiesto di portare al format Fuckup Nights una riflessione e una sessione di progettazione collaborativa sul tema del design thinking collaborativo come risposta ai fallimenti.

Poter vedere un orizzonte di possibilità progettuali è motivo di sicurezza e senso di agentività. L’orizzonte delle possibilità progettuali è l’insieme dei traguardi davanti a noi, delle forme socio-tecniche possibili che ci rendono ‘responsabili’ in quanto capaci di rispondere ad una o più sfide. Se stiamo in equilibrio, quindi, è perché l’orizzonte delle progettazioni possibili è visibile, e chiunque non sia interdetto può affrontare la strada camminando, pensando, immaginando il possibile. Tale strada, infatti, possiamo immaginarla come un puzzle multidimensionale e mai statico; è composta da elementi interconnessi, che insieme compongono una forma malleabile e una materia dinamica. Potremmo dire altresì che la strada altro non è che la vita stessa, che si compone di esperienze continue in cui si alternano momenti di chiarezza, pensieri evanescenti, incontri ed episodi cruciali. Allo stesso modo, è una strada di opache visioni che si sgretola e si disfa a causa di frustrazioni, cadute e perdite. I ‘fallimenti’, dunque, ne sono parte integrante.

Introduciamo quindi il concetto di fallimento, proponendo un’analisi alternativa alla sua interpretazione dominante che lo presenta come un elemento inesorabilmente negativo legato ad un’interpretazione agonistica e performativa dell’esistenza. Questo tipo di prospettiva non si confà al pensiero progettuale di stampo relazionale ed ai principi dell’economia civile — reciprocità, virtù e beni relazionali- a cui noi di Codesign Toscana ci ispiriamo. Il concetto di fallimento a cui ci riferiamo è quello che contiene in sé le cause e le conseguenze di una perdita di equilibrio, gli elementi della nostra esistenza, cioè una condizione che bisogna esser pronti ad accogliere e conoscere con il fine ultimo di poter reagire ad essa e da essa imparare.

Co-design e design thinking: mutuo soccorso e progettazione sistemica

Il co-design, nella pratica di Codesign Toscana, è l’insieme dei metodi, degli strumenti e delle relazioni che abilitano l’individuazione e la gestione collaborativa di orizzonti progettuali, cioè progettazioni possibili, immaginandone i potenziali, le interazioni e gli impatti futuri.

Attraverso momenti laboratoriali (workshop, percorsi di co-design e ricerca-azione) si sviluppano insieme a chi partecipa una serie di ‘concept’, ovvero gli elementi primordiali della forma di un progetto, indissolubilmente legati al riconoscimento della fluidità dell’ambiente in cui sono nati e alla necessità di cura per il loro sviluppo, di “attenzione e ascolto delle cose nel tempo, della premura nella loro manutenzione.”

Proprio questa attività di cura dei concept emergenti dalle attività di co-design acquisisce forma grazie ad approcci e strumenti multidisciplinari per affrontare, in maniera partecipata e coinvolgente, sfide progettuali e tematiche complesse d’innovazione. Come Codesign Toscana utilizziamo l’approccio design thinking per portare alla luce:

  • bisogni delle persone e fattori chiave per cui si progetta, attraverso strumenti di ricerca socio-culturale, che permettono di creare un contesto di partenza ricco di intuizioni e di analisi empatica;
  • proposte progettuali e strategie di implementazione con ottica sistemica, attraverso strumenti del systemic design, per considerare l’insieme delle interazioni e delle esperienze che compongono gli scenari sviluppati.
  • competenze e risorse necessarie, attraverso strumenti mutuati dal management dell’innovazione, per definire soluzioni fattibili e sostenibili.

Dunque, quello che ci interessa nella nostra pratica professionale è far fronte all’emergenza, intesa come conseguenza di una situazione di instabilità, e trasformarla in opportunità per una progettazione collaborativa. Riprendiamo quindi il concetto di perdita di equilibrio, leghiamolo a quello di fallimento e proviamo a interpretarlo con gli occhi del/la co-designer.

In seguito ad un fallimento — che sia esso personale o di gruppo, professionale o sentimentale, verificatosi ad un livello micro o macro di un sistema (pensiamo per esempio allo stato di pandemia in cui purtroppo ci troviamo) — il risultato è lo stesso: abbiamo perso il controllo e l’imprevisto ha fatto emergere nuovi bisogni, un senso di insicurezza ci accompagna e le nostre riflessioni personali sembrano non portare a niente. Il co-design è una risposta resiliente e trasformativa che permette di interiorizzare il fallimento, ma soprattutto di reagire ad esso recuperando una prospettiva costruttiva e aperta canalizzata nella progettazione.

Attraverso il design collaborativo creiamo un ponte tra la capacità di ricercare, intuire, immaginare e definire nuove strategie per nuove cose con la necessità di farlo attraverso gli aspetti relazionali e le interdipendenze tra individui. La collaborazione qui è intesa come uno scambio mutualistico “in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme […] collaborano per realizzare ciò che non riuscirebbero a fare da soli”. In questo senso, il co-design prende spunto dal concetto di intelligenza collettiva nella botanica, dove l’insieme interdipendente dei reticoli sotterranei formati dalle radici degli alberi, da funghi e batteri di una foresta compongono “un super organismo nato dall’interazione fra gli alberi che ne fanno parte”.

Il co-design abilita la consapevolezza di vivere in un mondo interconnesso e interamente progettato, nel quale ognuno di noi può scegliere di essere parte attiva di un cambiamento. Il co-design insegna attraverso la sua pratica la facoltà di adattarsi in seguito al dissesto con le abilità del bricoleur, cioè di imparare e plasmarsi “all’ambiente socio-tecnico di cui dispone […] con i residui di costruzioni o di distruzioni precedenti” (Lévi-Strauss,1962). Ciò che proponiamo, in sintesi, è la ricerca di una nuova stabilità e di orizzonti progettuali possibili attraverso gli altri e con gli altri, facilitati dalla mediazione di progettisti esperti e da strumenti inclusivi e usabili, acquisendo il mindset tipico del designer.

Conclusioni

Il design è stato riconosciuto come la disciplina che ha descritto per quasi un secolo il prodotto concepito per la produzione industriale e la replicabilità sul mercato. In questo scritto, si invoca una transizione alla democratizzazione delle fasi che caratterizzano il processo creativo e collaborativo che sta dietro all’idea di buon progetto. In effetti, è l’essenziale dimensione sociale del design ad essere ricercata, quella cioè legata all’importanza della conversazione, del confronto prima della produzione, della spinta verso l’auto-progettazione e la co-costruzione, verso un modello circolare dell’economia, verso la creazione di comunità che curano beni comuni, verso l’interazione con tutti i livelli della società civile prima di dar forma nuova per il mercato.

Come Codesign Toscana abbiamo applicato gli strumenti e l’approccio del design collaborativo per parlare di fallimento, come nelle Fuckup Nights, contestualizzandolo in una prospettiva più ampia, che lo inquadra come ‘uno dei fallimenti’ ai quali siamo chiamati a rispondere, come esseri viventi parte di un mondo complesso, in maniera resiliente, creativa e collaborativa. Allo stesso modo, abbiamo utilizzato il co-design per coinvolgere, ispirare e rispondere a sfide lanciate nelle politiche urbanistiche e da progetti di ricerca-azione europei — con Start Park per Designscapes e nel Junglathon per Prato Urban Jungle- alla trasformazione aziendale -per ESTRA spa e per Rifò srl-. Abbiamo progettato disegnato percorsi di co-design per istituzioni culturali e rassegne di arte contemporanea -dall’Ecomuseo del Casentino alla Scuola Popolare Villa Romana — e organizzato iniziative autoprodotte e glocal– nelle Global Service Jam o nelle Local Jam-. Infine, abbiamo portato il co-design nelle scuole — presso la Scuola Desiderio da Dicomano ed alla fiera Didacta 2019- dove il co-design diventa il volano per affrontare il cambiamento nella didattica e promuovere l’apprendimento cooperativo.

Il co-design può rappresentare una metodologia ibrida, una filosofia e una pratica progettuale efficace per rispondere alla perdita di orizzonti progettuali: la progettazione collaborativa è in grado di abilitare un mutuo scambio di nutrienti a noi indispensabili come l’immaginazione e la relazione. Diffondiamo il co-design per progredire come complesso, per innescare processi di distruzione creatrice collaborativa e condivisa, per fare esperienze interattive in uno spazio operativo che intreccia fasi di apprendimento e creazione di schemi al fine di interpretare positivamente il cambiamento.

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* da ora in poi userò i termini co-progettazione/co-design/design collaborativo/progettazione collaborativa come sinonimi.

Riferimenti bibliografici presenti nel testo

Bjögvinsson, E., Ehn, P., & Hillgren, P. A. (2012). Design things and design thinking: Contemporary participatory design challenges. Design Issues, 28(3), 101–116.

Buchanan, R. (1992). Wicked problems in design thinking. Design issues, 8(2), 5–21.

Manzini, E. (2018). Politiche del quotidiano: progetti di vita che cambiano il mondo. Edizioni di Comunità.

Bertalanffy, L. v. (1968). General System Theory: Foundations, Development, Applications, New York: George Braziller.

Bandura, A. (1989). Human agency in social cognitive theory. American Psychologist, 44(9), 1175–1184

L. Bruni, S.Zamagni, Economia Civile, Il Mulino, 2004

https://www.che-fare.com/ezio-manzini-innovazione-sociale-trasformativa/

Sennet, R. 2012.Together. London: Penguin Books.

Mancuso, S. (2020). La pianta del mondo. Editori Laterza.

Lévi-Strauss, C. (1962). La Pens ́ee Sauvage Librairie Plon, Paris

Manzini, E. (2015). Design, When Everybody Designs: An Introduction to Design for Social Innovation. MIT Press Ltd

Norman, D. A. (1990). The design of everyday things. New York: Doubleday.

Manzini, E. (2015). Design, When Everybody Designs: An Introduction to Design for Social Innovation. MIT Press Ltd , Mari, E. (2002) Autoprogettazione?, Corraini edizioni

Schumpeter, J. 1947. The Creative Response in Economic History, The Journal of Economic History.

Dewey J. (1925). Esperienza, natura e arte. Mimesis edizioni