Questo articolo è un estratto del report generale di Start Park pubblicato in data 15/04/2019. Il report è interamente scaricabile qui. 

Con l’evento Start Park l’associazione culturale CodesignToscana ha cercato di dare un’interpretazione più ampia agli eventi di co-design che organizza. In particolare, con Start-Park si è posta una maggiore attenzione allo sviluppo concreto degli output generati da sessioni di progettazione partecipata e alla costruzione di una rete progettuale solida fatta di professionisti, associazioni, organizzazioni eterogenee e complementari tra loro, per affrontare le sfide del cambiamento climatico nel contesto urbano. Crediamo che tali obiettivi siano il frutto non casuale della diffusa volontà di fare ricerca e sperimentare del gruppo spontaneo di lavoro che l’ha ideata, i volontari dell’associazione CodesignToscana e Iridra srl.

 

Proprio per questo le attività di Start Park sono state concepite affinché fossero un buon terreno sul quale iniziare a sperimentare processi di coinvolgimento e responsabilizzazione, di autonomia progettuale (Manzini, 2018); non parliamo, quindi, di esperienze di engagement marketing-driven e neppure di attività di stimolo della partecipazione finalizzate ad esigenze di ricerca sociale, bensì di processi di design e gestione collaborativa di proposte progettuali nate dal basso. 

In effetti siamo partiti dall’assunto che il vantaggio della collaborazione nella risoluzione di problemi complessi (Buchanan, 1992), come, per esempio, garantire una gestione sapiente e consapevole degli spazi verdi comuni per aumentare la resilienza delle nostre città ai cambiamenti climatici, sta proprio nel fatto che si tratta di un atto le cui azioni sono volte alla progettazione di cose (Bjögvinsson, Ehn, & Hillgren, 2012) con valore comune e che, in quanto tale, non attiverebbe dinamiche competitive tra chi prende parte alla co-progettazione. 

Proprio per questo crediamo nell’idea di creare un network progettuale all’interno di ogni comunità attiva che gira attorno al progetto. Se chi partecipa diventa anche attore e autore del progetto, se le competenze gestite secondo strutture organizzative orizzontali possono assemblarsi per dar forma alle proposte progettuali, se, infine, queste ultime vengono comunicate come un network collaborativo, possono nascere nuove forme di interazione interpersonale e/o interorganizzative capaci di affrontare i problemi complessi di cui sopra? Noi crediamo di sì.

 

Ecco come il co-design, la progettazione collaborativa, diventa il collante metodologico di una visione dell’innovazione come risultante di idee/concept/immaginari collettivi, dell’azione di gruppi, formali e informali, che collaborano e agiscono come mulier activa (C.Iaione, 2011) per progettare cose (beni, servizi, processi, dati) con valore aggiunto comune.

 Il report è interamente scaricabile qui. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bjögvinsson, E., Ehn, P., & Hillgren, P. A. (2012). Design things and design thinking: Contemporary

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

participatory design challenges. Design Issues, 28(3), 101-116.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Buchanan, R. (1992). Wicked problems in design thinking. Design issues, 8(2), 5-21.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Iaione, C. (2011, June 28). Economia e diritto dei beni comuni. Il punto di Labsus. Labsus: Laboratorio per

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la sussidiarietà. https://www.labsus.org/2011/06/economia-e-diritto-dei-beni-comuni/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Manzini, E. (2018). Politiche del quotidiano: progetti di vita che cambiano il mondo. Edizioni di Comunità.